Guardia medica e rifiuto di atti d’ufficio

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Cass. n.8377/2020 pubblicata il 2.03.2020

All’imputato veniva ascritto il reato di omissione in atti di ufficio per aver, quale guardia medica in servizio, indebitamente rifiutato di effettuare una visita domiciliare a M. L. S., malata terminale di cancro in preda ad atroci sofferenze, atto del suo ufficio che per ragioni di sanità doveva essere compiuto senza ritardo.

La donna moriva dopo circa un’ora dalla richiesta di intervento dopo l’intervento del 118   che la guardia medica aveva detto di far intervenire.

La Corte di Cassazione, con la sentenza in epigrafe indicata, ha ritenuto giusta la conclusione cui era pervenuto il giudice di merito in quanto conforme all’orientamento di legittimità secondo il quale: sussiste il reato di omissione di atti d’ufficio nell’ipotesi in cui un sanitario addetto al servizio di guardia medica non aderisca alla richiesta di intervento domiciliare urgente, limitandosi a suggerire al paziente l’opportunità di richiedere l’intervento del “118” per il trasporto in ospedale, dimostrando così di essersi reso conto che la situazione denunciata richiedeva il tempestivo intervento di un sanitario (Sez. 6, n. 35344 del 28/05/2008, Nikfam, Rv. 241250); come pure è stato affermato che integra il delitto di rifiuto di atti d’ufficio la condotta del sanitario in servizio di guardia medica che non aderisca alla richiesta di recarsi al domicilio di un paziente malato terminale per la prescrizione di un antidolorifico per via endovena e si limiti a formulare per via telefonica le sue valutazioni tecniche e a consigliare la somministrazione di un altro farmaco di cui il paziente già dispone, trattandosi di un intervento improcrastinabile che, in assenza di altre esigenze del servizio idonee a determinare un conflitto di doveri, deve essere attuato con urgenza, valutando specificamente le peculiari condizioni del paziente (Sez. 6, n. 43123 del 12/07/2017, Giancristofaro, Rv. 271378), essendo stato chiarito che il delitto descritto nell’art. 328 cod. pen. è reato di pericolo, perché prescinde dalla causazione di un danno effettivo e postula semplicemente la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione e la Corte di Cassazione ha costantemente affermato il principio che l’esercizio del potere dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare ex art. 13, comma 3, d.P.R. n. 41/1991 è pienamente sindacabile da parte del giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti (ex multis: Sez. 6, n. 23817 del 30/10/2012, dep. 31/05/2013, Rv. 255715; Sez. 6, n. 35526 del 06/07/2011, Rv. 250876; Sez. 6, n. 12143 del 11/02/2009, Rv. 242922).